Blow-Up esce nel 1966 e succede ad una serie di film,
quelli della ‘tetralogia dei sentimenti’, che, girati in
pochi anni dal 1959 al 1965, consacrarono Antonioni grande artista
agli occhi della critica internazionale. Il suo lavoro, osannato
da molti in virtù di un linguaggio completamente nuovo,
condannato da coloro che vi videro un intellettualismo sprezzante ed
un pessimismo compiaciuto, lo inseriva nel periodo che i critici
definiscono di crisi del Neorealismo, in cui le problematiche sociali
erano affrontate in maniera più intima. Non erano cioè
le condizioni d’indigenza materiale ad interessare i registi,
ma la miseria interiore.
Per certi aspetti, Blow-Up non si discosta dalla produzione
precedente. Il film costituisce un ulteriore anello della catena del
tedium vitae, che comprende Il grido e Le amiche
oltre che la tetralogia. Vi si respira un’aria di
insoddisfazione nonostante l’ambiente effervescente nel quale è
ambientato. Ritornano inoltre il motivo dell’incomunicabilità,
il grigiore dei toni e dell’atmosfera, la difficoltà dei
protagonisti a rapportarsi con il mondo, la sospensione della trama e
l’estrema cura e raffinatezza delle inquadrature.
D’altra parte, tuttavia, l’interesse del regista viene
a concentrarsi più sul rapporto tra individuo e realtà
che sulle relazioni tra diversi individui. Il discorso sulle
possibilità conoscitive del mezzo cinematografico è
esplicitato. In questo senso, Blow-Up è una tappa
cruciale del cinema di Antonioni, poiché abbraccia tematiche
neorealiste (è lo stesso Antonioni a considerarlo il suo
film neorealista)
e costituisce il primo grande capitolo delle indagini
metacinematografiche ed epistemologiche successive.
A un allargamento dei confini tematici dell’opera
antonioniana, si affianca un deciso cambiamento dei ritmi e delle
tecniche di ripresa. La macchina da presa abbandona la visuale piatta
ed astraente della tetralogia e rinnova le proprie preoccupazioni per
gli effetti di profondità. L’intero film è
incentrato sul modo di cogliere con un mezzo bidimensionale la
profondità del reale.
Ma ciò che ha sconcertato il pubblico e la maggioranza
della critica è stata la singolare tecnica narrativa:
Antonioni ha voluto ricalcare l’impianto del poliziesco salvo
poi scardinarne il senso. Il ritmo sostenuto del montaggio, la
grande vivacità derivante dalla strutturazione delle sequenze
contribuiscono a delineare uno stile che pochi si sarebbero aspettati
dal regista dei piani-sequenza e dell’intimismo della
tetralogia dei sentimenti. Blow-Up non poteva che sorprendere:
si spiega così la sconcertante varietà e
contraddittorietà dei giudizi che la critica ha espresso,
oltre che riguardo l’attività cinematografica di
Antonioni nel suo complesso, intorno a un singolo film come Blow-Up.
Antonioni “impegnato”
Negli anni ’50 e nei primi anni ’60 la figura di
Antonioni fu al centro di un dibattito, a volte molto aspro, intorno
all’importanza sociale del suo cinema. Erano gli anni del post-Neorealismo, ovvero quelli della sua crisi, e la domanda che i
critici si posero più spesso è se i film di Antonioni
potessero essere celebrati o meno come un contributo significativo
alla corrente che aveva segnato uno dei più alti momenti di
svolta della storia del cinema e se egli potesse definirsi un artista
socialmente impegnato.
Molti furono i critici che
rigettarono il cinema di Antonioni come espressione di un mondo
borghese in crisi, un cinema astratto che si distraeva dai problemi
della condizione sociale e tacciarono di calligrafismo la ricerca
formale del regista. Diametralmente opposto il parere di coloro che
videro in Antonioni un ideologo di sinistra e un manierista. Così
Antonioni fu accusato sia di essere un marxista militante, sia di non
esserlo.
Dalla metà degli anni
’60 comunque si chiarì l’atteggiamento laico e
antimoralista di Antonioni. Umberto Eco reimpostò il problema
dell’impegno sociale del regista in termini di semiotica.
Secondo lo studioso il suo cinema va considerato come “montaggio
critico degli eventi,” ossia intervento cosciente sulla realtà,
in opposizione alla visione “angusta, crepuscolarmente
soggettiva, lirico-melanconica” che la critica era solita
scorgere nei suoi film.
Per Guido Fink l’impegno di
Antonioni si esplica attraverso una ricerca, un tentativo di capire
l’assurdo. “La ‘camera’ si fa strumento di
una commovente lotta contro gli infingimenti della realtà
superficiale e stratificata, per trovarsi faccia a faccia, senza più
miti e paure, con la vera realtà: anche la più
squallida.” Fink esprime una visione ottimista riguardo il
risultato delle indagini antonioniane: i misteri intorno al quale i
film si dibattono sono finalmente chiariti.
Lo stesso atteggiamento
assume Samuels: nella sua visione, che potremmo definire empirista,
Blow-Up è una critica nei confronti di chi non riesce a
stringere un legame significativo con la realtà, che non ne
coglie il senso, come il succede al protagonista del film, un
inconcludente che Antonioni ha scelto di rappresentare ad emblema
della paralisi morale che attanaglia il mondo moderno.
Anche Lotman ha sottolineato
in Antonioni il grande spessore morale dello sguardo. Secondo il
semiologo russo egli tenta di dimostrare la necessità di
ricercare l’autentico: non basta riprodurre la vita, occorre
decifrarla. Lotman distingue nel film un episodio centrale (le
sequenze delle fotografie scattate nel parco, dello sviluppo, degli
ingrandimenti e della loro analisi), inserito in un contesto
narrativo che fornisce una descrizione del mondo del protagonista
come “un mondo di fantasmi” e di immoralità nel
quale egli non riesce più a distinguere tra realtà e
fantasia: in principio non vede quello che succede, alla fine sente
quello che non c’è. L’episodio centrale racchiude
il senso più profondo del film: la contrapposizione di un
cinema esplicativo, che si pone il problema dell’interpretazione
del reale, a un cinema che privilegia la pura registrazione dei
fatti, la cronaca. “Fatto ancora più
sorprendente—afferma Lotman—se si ricorda che in passato
Antonioni era piuttosto vicino alle posizioni di chi sosteneva la
validità dello stile documentaristico e delle riprese
‘casuali’.” Blow-Up recupera la tradizione
di Ejzenštein di un cinema intellettuale che era stata
abbandonata dal dopoguerra.
Se per Lotman il fotografo
rimane prigioniero del suo mondo, Fernandez ritiene che alla fine
egli abbia compreso a distinguere tra arte e realtà, non
soffre più del fatto di doversi relazionare ad entità
che, come nel caso della palla da tennis che finge di raccogliere e
lanciare, non può vedere né fotografare. Hemmings ha
imparato a superare i limiti imposti dal suo medium artistico e può
finalmente muoversi in un mondo più vasto di quello che la sua
macchina fotografica può comprendere.
Tra gli studiosi di cinema che hanno riscontrato in Blow-Up la
volontà di Antonioni di affrontare problematiche morali
ricordiamo Wagstaff, che si pone in aperta polemica contro alcuni
critici, tra i quali Knight, che ritengono la principale domanda cui
si cerca la risposta nel film riguardi il limite tra realtà ed
illusione. Per Wagstaff la domanda riguarda invece cosa sia giusto
fare, per questo, come in molti altri film antonioniani, la vicenda
si conclude all’alba del giorno successivo, quando i personaggi
riflettono sui loro errori.
Wagstaff vuole dimostrare che
per Antonioni non è sufficiente fermarsi alla superficie delle
cose come fa il protagonista del suo film. Il fatto che nell’ultima
inquadratura Hemmings sparisca come cancellato dalla macchina da
presa è una rappresentazione simbolica di questo tipo di
superficialità.
Per Meeker, Blow-Up è una vera e propria parabola morale. I personaggi
secondari del film, in particolare le teen-agers con il loro
sacrificio sessuale e i mimi, si immolano in modo che Hemmings impari
a vivere in modo solidale e a intraprendere quella relazione morale e
più responsabile con il mondo di cui parla Wagstaff.
Realtà o finzione? Il discorso sull’arte
La scelta che Hemmings si
trova a compiere tra vita e finzione introduce per John Freccero il
discorso sull’arte. Il critico esprime il concetto
contrapponendo Antonioni a Fellini, il maestro del disinganno al
maestro della finzione. “Blow-Up
is the dramatic refutation of Fellini’s make-believe and its
bleakness consists in the fact that the only alternatives it offers
to the lie are the search or silence.” Quale sia il
limite tra arte e illusione è un dilemma dal quale si può
uscire solamente attraverso due strade: negare ogni punto di tangenza
tra illusione e realtà e abbracciare consapevolmente la bugia
creativa (come fa Fellini) o realizzare un film sulla sua stessa
impossibilità.
Blow-Up è
riflessione sulle possibilità dell’arte anche secondo
Kinder e Clear, che ravvisano nel film un distacco del regista
dall’arte contemporanea. Mentre per Jean Clair in un mondo dove
tutto è incerto l’arte costruisce ed amplifica le
illusioni,
per Marsha Kinder già i film della tetralogia indagavano
i cambiamenti che l’arte contemporanea ha prodotto nel
paesaggio e quanto l’arte non solo non sia più
durevole—la monumentale villa di Milazzo trasformata in uffici
di polizia o il vaso antico ritrovato e subito rotto ne
L’avventura—ma si riduca a semplice strumento per
conseguire un fine altro, potere seduttivo e successo sociale. In
Blow-Up, l’arte non solo è effimera ma
addirittura valorizza il momento.
Così Antonioni critica l’arte del fotografo che mette
a repentaglio i valori del passato e sostiene l’arte dei mimi
della scena finale del film, nella quale si esprime il coinvolgimento
dello spettatore ed il totale controllo da parte dell’autore
sul risultato dell’opera d’arte.
Alla visione della Kinder si
oppone quella di James Scott, per il quale la dissociazione dei
valori del passato è un pregio della concezione artistica dei
mods. Parlando a proposito de L’avventura Antonioni
stesso aveva stigmatizzato l’uso di una moralità
obsoleta che non rispecchia più la vita moderna. I mods
sono riusciti a sollevarsi dal peso di queste inibizioni.
La loro arte è arte del presente e assume di per sé una
valenza positiva agli occhi di Antonioni.
In un’apprezzabile
analisi sociologica, Slover scorge in Hemmings un eroe “diviso
tra l’impulso artistico e la non ancor del tutto atrofizzata
sensibilità umana” e che condivide con i mimi
dell’ultima scena l’abitudine a vivere in un mondo di
finzioni.
Si evidenzia in questo modo un contrasto tra arte e solidarietà,
tra senso estetico e morale, tra il mondo giovanile dei mods e
quello degli adulti e dell’establishment. Hemmings, artista
della cultura mod, non riesce a rapportarsi con gli altri e
con la realtà che lo circonda perché accoglie l’altro
da sé puramente come materiale per la sua arte. Nel
protagonista, la frattura tra il mondo della bohème
dell’arte e il mondo della borghesia “si manifesta come
ontologizzazione dell’atto simulatorio”—Hemmings
ode il tonfo di un’immaginaria palla da tennis—“e,
simmetricamente, come deontologizzazione del mondo che offre
all’artista i suoi materiali—la distruzione del cadavere
operata da Hemmings.”
Nel dibattito tra coloro che
affermano Blow-Up ritrarre un contrasto generazionale tra
presente e passato si inserisce la voce di Arrowsmith, secondo il
quale il contrasto tra il mondo infantile del gioco e quello della
maturità è sottolineato cromaticamente: colorati sono
il parco, il mondo dei mods e la scena con le due adolescenti,
mentre in bianco e nero sono le foto di Hemmings—il suo
incontro con la morte—e i mimi che inscenano la partita di
tennis nel finale, come una sorta di rappresentazione della danza
macabra. Hemmings è sospeso tra questi due mondi ma,
nonostante alcuni cedimenti alla tentazione di ritornare nel mondo
del gioco (l’orgia con le adolescenti, il concerto rock e il
droga party), sembra maturare nel corso del film ed entrare in modo
definitivo nel mondo adulto della consapevolezza. Consapevolezza
soprattutto della caducità di ogni cosa, della mutevolezza e
incostanza anche delle persone e dei sentimenti. Una tematica che non
solo è centrale in Blow-Up ma che ha ampi richiami in
tutta l’opera del cineasta ferrarese.
Modernità e crisi del senso
Per quanto riguarda il linguaggio cinematografico di Antonioni, Di
Carlo e De Vincenti sono tra i critici italiani che più ne mettono in evidenza la modernità e le novità formali.
Di Carlo già nel 1964
nota che Antonioni ha “sensibilità formale che deriva
esplicitamente da un approccio linguistico al fenomeno
cinematografico”. Egli individua nel regista nuovi segni
visivi e un nuovo linguaggio sonoro, ricavati direttamente dalla
realtà e composti in maniera sublime. Ma la modernità
di Antonioni non è solo stilistica, mettendo egli “in
discussione i miti e le istituzioni borghesi,” il matrimonio,
l’istituzione della famiglia, il sentimento nell’accezione
arcaica.
De Vincenti identifica il concetto di modernità con un modo
di fare cinema che sia metadiscorsivo, che si interroghi sulla
propria entità di mezzo di riproduzione e sveli i modi di
produzione dell’oggetto estetico. In particolare la modernità
di Antonioni risiederebbe e nei rapporti che esistono tra l’arte
del regista e l’ampio e complesso fenomeno dell’arte
Informale, giacché “l’opera di Antonioni è
processo di definizione del fare cinema, come l’Informale è
processo di definizione del fare pittura (e scultura).”
Insieme a De Vincenti,
Giorgio Tinazzi è uno dei critici che pone l’accento
sulla scarsa importanza data da Antonioni al rapporto causale nella
narrazione, per concentrarsi sulla sperimentazione stilistica e sulla
ricerca del significato dell’arte. Nel cinema antonioniano si
avverte “la necessità di fare dello stile un momento di
ricerca e di decantazione” e di mettere in discussione certe
tendenze del cinema tradizionale e allo stesso tempo chiedersi qual è
il ruolo del cineasta.
E il discorso, che Tinazzi definisce autobiografico, della funzione
dell’artista nella società e dell’autoriflessione
dell’arte costituisce il tema centrale di Blow-Up.
Il critico collega altresì il diradarsi della narrazione
con l’ambiguità e polisignificanza del segno artistico:
da una parte vi è la fiducia nel segno visivo puro, dall’altra
la perdita del significato univoco come crisi semantica dell’arte,
precarietà dei propri mezzi che Antonioni soffre e celebra
allo stesso tempo.
Il cinema di Antonioni è teso ad accentuare la dialettica
tra le sequenze e tra le stesse inquadrature e in Blow-Up la
giustapposizione dei blocchi narrativi e le inquadrature che
alternano momenti soggettivi e oggettivi concorrono a costruire la
polisignificanza del dato percettivo, la densità e sospensione
del momento presente. Insistendo sul divario tra immagine (realtà
apparente) e sua indagine (ingrandimento), si giunge ad affermare che
il più di significato che l’immagine può
acquistare coincide con un più di ambiguità.
Per Roland Barthes il cinema di Antonioni è
l’amplificazione consapevole della crisi di senso che
attraversa l’epoca moderna: il regista lavora per raggiungere
la “convenzione che il senso non si ferma grossolanamente alla
cosa detta, ma si spinge sempre più lontano, ammaliato dal
fuorisenso…” Solo tramite la crisi del significato, la
destabilizzazione del senso prestabilito, l’artista può
cercare di avvicinarsi alla verità.
Carey Harrison definisce
invece Blow-Up un film nichilista che fornisce un alibi per
tutti coloro che non vogliano accettare la sfida delle difficoltà
comunicative e dei limiti della nostra percezione (“a
wheelchair for intellectual cripples”). Il protagonista del
film si illude secondo il critico di avere il controllo della realtà
attraverso la sua macchina, finché questa è smentita
dall’analisi delle fotografie ed egli passa dall’errore
di credere reale solo ciò che vede a quello di credere reali
anche le illusioni, come la palla della partita mimata nella scena
conclusiva.
Max Kozloff ritiene che
Blow-Up sia l’espressione di uno scetticismo che
abbraccia non solo la psicologia dei personaggi, come nei precedenti
film di Antonioni, ma anche la natura degli stessi eventi,
testimoniata nella diffidenza nei confronti della narrazione come
mezzo per veicolare l’espressione cinematografica.
Secondo Rohdie
l’irrazionalità è il tema dominante della
produzione cinematografica antonioniana. Il significato di Blow-Up
è che non esiste alcun significato. L’autore è
anche spettatore della realtà che ritrae nel suo film e non ha
di conseguenza alcun messaggio da trasmettere al pubblico. Il suo
sguardo distante e reticente è comunque destabilizzante e
provoca la dissoluzione del senso.
L’interesse di Ranieri per il cinema di Antonioni è
essenzialmente epistemologico. Blow-Up è una
riflessione sulla possibilità di spiegare la realtà che
si conclude con il nulla della decostruzione materica. Il critico
scorge nel film la prima tappa di un’indagine che in
Professione: reporter analizza i riflessi sul soggetto di
questa impossibilità di spiegare: non più lo sguardo
che il soggetto rivolge all’oggetto, ma quello che l’osservato
rivolge all’osservante. Nel Mistero di Oberwald
l’attenzione sui mezzi tecnologici, già presente in
Blow-Up, si radicalizza per assumere una connotazione di
scientificità. Identificazione di una donna è
poi l’analisi delle ripercussioni morali che la consapevolezza
che oggetto e soggetto si influenzano vicendevolmente comporta,
essendo il soggetto a sua volta reificato come oggetto della propria
indagine. Ranieri propone quindi una visione progressiva dell’opera
di Antonioni come meditazione autocritica e sostiene che certe
intuizioni del cineasta ferrarese erano presenti in nuce già
nei suoi lavori precedenti. Antonioni si interroga sui propri limiti
espressivi e conoscitivi, produce un’arte densa di spunti
filosofici in cui si ravvisano uno spiccato interesse scientifico ed
epistemologico e la relativistica tecnica della continua
ridefinizione del punto di vista. “Una complessa dinamica viene
suggerita; la quale, mentre vorrebbe visualizzare e giungere a una
dimostrazione, si dipana all’infinito... l’‘oggetto’
si rivela una catena di significanti tutta da decifrare.”
David Gianetti individua nel
tema dell’incomunicabilità e nella strutturazione
labirintica degli spazi i caratteri fondamentali del cinema di
Antonioni. Il protagonista di Blow-Up è per Gianetti un
alter ego del regista che si muove in una realtà molto
simile al suo cinema, disseminato di indizi a volte depistanti, in
cui si delinea il passaggio “dall’imbarazzo di chi è
guardato… a quello di chi guarda, costretto ad ammettere
l’inutilità del proprio sguardo di fronte a un oggetto
sfuggente.”
Da tale autocritica consapevolezza del fallimento del proprio
sguardo, procede il pessimismo di Antonioni, che sfocia in una
cospicua presenza di modelli di rappresentazione della morte, quali
le assidue sparizione dei personaggi, la messa in scena delle assenze
e dei vuoti.
Sterile formalismo o raffinatezza estetica?
Numerosi sono anche i critici
che hanno visto in Antonioni un formalista affatto interessato al
contenuto dei film. È il caso di Di Giammatteo che ne giudica
le opere non come racconti ma come descrizioni particolari. “Ad
un formalista—scrive—non si deve chiedere la ragione del
suo formalismo. Così, all’oggetto prodotto da un
formalista sarebbe illecito chiedere di ‘parlare’, di
mettersi in comunicazione razionale (esprimibile in concetti) con
noi.”
Baldelli, che apprezza in
Antonioni l’accertamento delle “forze antinomiche non
appariscenti che la situazione sprigiona,”
lo accusa però anche di un estetismo superficiale che genera
ambiguità e di cadute nel simbolismo, come nel caso della
partita a tennis del finale. Antonioni esalta la geometria astratta
delle linee architettoniche degli edifici, la razionalità
degli strumenti tecnici, ma sembra ignorare l’umanità
che li produce.
Secondo Pier Paolo Pasolini, Antonioni
sceglie di filmare immagini puramente per la loro bellezza astratta,
per il loro colore o la loro forma, allo stesso tempo fornendo una
giustificazione narrativa per le sue scelte. Ciò è
particolarmente evidente in Deserto rosso in cui le
distorsioni della realtà della protagonista sofferente di una
malattia nervosa costituiscono un alibi perché la visione
“delirante di estetismo” del regista sia giustificata.
Similmente, la percezione soggettiva di Hemmings in Blow-Up è
presentata allo spettatore indistinta da quella oggettiva della
macchina da presa. Pasolini definisce questa tecnica con la formula
di “discorso indiretto libero.”
C’è anche chi, come Chiarini, vede nella forma la
componente letteraria, impegnata, del cinema di Antonioni: egli attua
una ricerca stilistica che prescinde dall’oggetto del film, il
quale acquista valore solo per il modo in cui è sentito, cioè
per lo stile, per una questione morale, artistica e intellettuale. Il
prevalere delle soluzioni brillanti di regia sulla sostanza del
racconto determina però la conseguenza di rendere forzati i
film.
Antonioni è per Burch
un “grande organizzatore di entrate e uscite,” un abile
animatore dello spazio fuori campo. Il critico ne apprezza la
capacità di mostrare il cinema entrare in possesso dei suoi veri
mezzi. In particolare, di Antonioni ammira la costante evoluzione
dell’inquadratura, “il fatto plastico fondamentale del
film,” che crea l’effetto di un “balletto”
eseguito dai personaggi e dalla stessa macchina da presa.
L’indipendenza di
movimento della macchina, i raccordi a comprensione ritardata
(l’introduzione di una nuova inquadratura che solo dopo qualche
istante diviene decifrabile) e la rarefazione degli elementi
narrativi sono elementi presenti in tutta l’opera di Antonioni,
ma ravvisati ed elogiati da Burch soprattutto in Cronaca di un
amore, il primo film realizzato da Antonioni, mentre Blow-Up
rimarrebbe un film “bruttissimo, facile ed accademico.”
Anche Gilles Deleuze si
concentra sull’abilità di Antonioni di usare
l’inquadratura e i colori. Il costante obiettivo della ricerca
del regista è quello di rappresentare il vuoto, il deserto,
alla fine di percorsi che mostrino l’insignificante, fino alla
soglia del non-figurativo; spazi geometrici svuotati accompagnati dai
tempi morti e dalla banalità della vita. Riprendendo un
formula di Ollier, Deleuze afferma che Antonioni ha sostituito il
dramma tradizionale con il “dramma ottico” vissuto dal
personaggio che da ‘attante’ diventa osservatore.
In Antonioni cade la distinzione tra reale e immaginario, oggettivo e
soggettivo, visione della macchina da presa e visione del
personaggio, come conseguenza della nevrosi del mondo moderno.
Critica della visione
Nelle parole iniziali del saggio di Chatman dedicato ad Antonioni:
si pone subito l’accento su un interesse da parte del regista
per l’apparenza, e dunque la forma estetica della realtà:
la caratteristica dei film di Antonioni è il minimalismo
visuale che conduce la narrazione, attraverso il semplice apparire
delle cose, la superficie del mondo, e l’abolizione dei
dialoghi esplicativi. La superficie nel cinema antonioniano diventa
eloquente una volta che si è imparato ad accettarne
l’autosufficienza narrativa.
Tuttavia l’opera di Antonioni non è solamente
sguardo, ma anche indagine sullo sguardo e critica della visione,
fino alla negazione del potere probatorio della testimonianza
oculare, fino a sostenere la totale ambiguità del dato
percepibile. L’arte è pura illusione, come mostra la
sparizione del protagonista alla fine del film: il tema
dell’ambiguità visiva trascende la storia e penetra la
struttura stessa del discorso.
Chatman crede plausibile una
lettura faustiana di Blow-Up. La padronanza tecnologica che
Hemmings possiede lo trascina in una sorta di contratto con il
demonio: egli può vedere più di quello che l’occhio
umano dovrebbe vedere, in cambio di un’intensificazione dei
sintomi della nevrosi moderna, comuni agli altri personaggi
antonioniani: distrazione, disorientamento, flebile volontà,
dubbi sulla propria sanità mentale. Questa sarebbe la
punizione per la hubris di Hemmings che crede di poter
fare qualsiasi cosa con la sua macchina fotografica, di poter usare a
scopo privato quello che si trova a fotografare (una coppia che si
bacia in un parco, un cadavere) e arriva a pensare di aver salvato la
vita di qualcuno grazie alle sue fotografie.
Lorenzo Cuccu indica
nell’opera di Antonioni lo spessore artistico e filosofico
dell’indagine condotta sul processo estetico e conoscitivo.
Antonioni osserva il fenomenico senza operare nessuna selezione in
senso drammaturgico del materiale. Spostando l’attenzione dal
piano della narrazione e della struttura “a quello della forma
della visione, del rapporto che la camera intrattiene con i
personaggi e le situazioni inquadrate,” Cuccu propone la
definizione di “visione estraniata” come visione
problematica, autorappresentativa e libera, perché coglie il
reale stabilendo rapporti di tipo estetico e perché, “in
virtù della problematicità originaria e della
plurimodalità, si svolge secondo i tempi non regolabili d un
processo in fieri attuale, assolutamente non predeterminato.”
L’immagine del cinema di Antonioni non è, in sostanza,
il risultato di un processo espressivo, ma la rappresentazione del
processo stesso.
Nonostante “la diluizione dell’asse principale del
racconto nel mare… dei fatti microscopici e apparentemente
gratuiti,” si avverte in Blow-Up l’impressione
forte di una linearità consequenziale. Il nodo cruciale
del film è anche per Cuccu il discorso sullo sguardo, nonché
della funzione dell’arte. Lo studioso rileva in Blow-Up
tre tipi di sguardo: quello “anonimo che dispone la scena,
quello ‘marcato’ di Hemmings e, per un attimo, quello del
narratore, marcato a sua volta come soggettivo ed ‘attuale’.”
Lo sguardo di Hemmings coglie
dapprima una “immagine-mistero”, della quale esamina
successivamente il senso, fino a spingersi, in un terzo momento, alla
costituzione del “frammento estetico” e quindi alla
dissoluzione di quel senso. Nel finale, l’autore si dissocia
dal proprio personaggio e lo riduce a oggetto rivelando il film come
“un discorso critico sulla natura dell’immagine e
sulla ‘pura sensibilità estetica’ che la produce.”
Blow-Up si caratterizza quindi come una proposizione
filosofica intorno al contenuto di realtà dell’immagine.
Al di là di quale posizione sia la più corretta, la
più vicina al modo di sentire di Antonioni, resta il fatto che
l’incertezza è una componente fondamentale di tutto il
lavoro del regista, nel quale i misteri non sono mai risolti.
L’enigmaticità di alcune sequenze di Blow-Up non
può essere sciolta da qualsivoglia intervento critico, il
senso complessivo del film non può essere svelato
completamente, ma solo dilatato ed esposto allo sguardo dello
spettatore.
NOTE
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